Storia del Circolo Nautico Borgo Cappuccini

Premessa: La mia stirpe ha radici borghigiane di via San Carlo e non ho mai rinnegato di avere un pezzo di cuore bianco-nero anche se sono cresciuto in Venezia. Ugo Braccini (mio nonno) aveva un officina di saldature in via San Carlo. Mario Braccini (fratello di Ugo) è stato uno dei primissimi soci del Club Sportivo Rionale del 1927. Marcello Braccini (figlio di Ugo, mio padre) sfegatato tifoso del Costante Neri. Appendeva la sua bandiera bianco-nera in Venezia negli anni '60 con il rischio di prenderle. Brunello Braccini (mio cugino) campione al remo, negli anni'60, del gozzo di Borgo. Ecco perché mi accingo a scrivere la storia di un grande Rione blasonato come il Borgo Cappuccini con entusiasmo ma nello stesso tempo con un po' di apprensione sperando di essere all'altezza di raccontare le gesta di una barca, di una cantina, di un Rione intero che sono stati, e sono, metà tradizione di una città. Apriamo la porta, dunque, entriamo insieme a visitare e ripercorrere un grande tragitto. Quello bianco-nero.
Carlo Braccini


Tessera del Club Nautico


A metà degli anni '20, sappiamo che alcune imbarcazioni di Borgo hanno partecipato a diversi palii, come, ad esempio, Carlino Salvi che vince la gara alla scia in 7'56''1 nel 1924 e “Emanuele Chiesa” che si aggiudica, con al timone Nullo Chiesa, il Palio corso davanti ai Pancaldi, lasciandosi dietro l'”Alberto Cerrai” e “Nicola Chiesa”. Nel 1925, nella corsa alla scia, Carlino Salvi, su “Contro l'Invidia", è secondo dietro “Attao” di Venezia, mentre nei dieci remi, i “Quattro Canti”, così si chiamò l'imbarcazione di Borgo Cappuccini, si classifica al terzo posto dietro al “Porticciolo” e “Jolanda” di Venezia che si aggiudica il Palio Marinaro. Nel 1926, il primo Palio ufficiale, i bianco-neri vincono la gara alla scia con Carlino Salvi su “Amelia” mentre nei quattro remi giungono secondi su “Tito”. Nei dieci remi c'è da segnalare il buon secondo posto di “Sparlotto” guidato dall'ottimo timoniere Nullo Chiesa. L'8 giugno del 1927 “La Nazione” scrive: Sappiamo che per iniziativa di un gruppo di giovani elementi volenterosi e fattivi di Borgo Cappuccini si sta organizzando e costituendo il Club Sportivo Rionale di Borgo Cappuccini che si propone di gareggiare con altri club nautici cittadini. Gli interessati possono iscriversi in via G. Verdi N°20”. Come primo presidente viene eletto il Rag. Adriano Pitto mentre segretario sarà il Cap. Carlo Benedetti. Da “Il Telegrafo” di lunedì 25 luglio 1927. “Il nuovo Club Nautico di Borgo Cappuccini ha celebrato ieri in una riuscita giornata due avvenimenti di primaria importanza nella vita sociale; si tratta del battesimo delle imbarcazioni e della inaugurazione dei locali. Il popolarissimo Rione ha preso la parte più viva alla cerimonia alla quale sono intervenute le rappresentanze delle autorità; l'arteria era pavesata con centinaia di bandiere, mentre ad ogni balcone pendevano i più vistosi tappeti. Si è avuto da prima il battesimo delle nuove imbarcazioni che portano i nomi gloriosi dei caduti in guerra “Zaccagnini” e “Pellegrini”; è stato questo un pensiero davvero nobilissimo e che mette in luce il patriottismo che anima i dopolavoristi del Rione. Il priore – parroco della SS. Trinità, padre Giulio Cappelletti, ha benedetto i nuovi scafi che sono stati calati in acqua tra le più vive acclamazioni; quindi, dallo scalo prospiciente la piazzetta Manin, ove il battesimo ha avuto luogo, si è formato un corteggio di barche, al quale hanno preso parte i gozzi degli altri rioni venuti a salutare i nuovi compagni: San Giovanni, Venezia, Mercato, Cantine, Ardenza, Avvalorati ecc. Il corteo lungo il fosso e nella darsena del Cantiere si è recato a prendere terra all'estremità degli scali Cialdini. Infine si è avuta l'inaugurazione dei locali sociali in Borgo Cappuccini”. Il dieci remi, intitolato “Zaccagnini”, prenderà, dopo breve tempo, il nome di “Capitan Launaro”. Purtroppo non siamo in grado di sapere il perché di quella decisione. La carica di allenatore-timoniere del Capitan Launaro, viene data all'espertissimo Agide Carnevali soprannominato “Napoleone”dietro molte insistenze, oltre che dalla dirigenza, dal Rione intero. L'equipaggio del “Tenente Pellegrini”, l'imbarcazione a quattro remi, sarà allenato da Armando Neri. Scrisse Aldo Guerrieri nel 1952. “....., una leggenda martellata di vittorie sonanti come il tempestare sui bulloni del vicino Cantiere, dal classico Rione marinaro di Borgo Cappuccini, e ispirata dai “tipi” che vi stanno di casa e dal “tifo” che più che altrove vi si fa per il Palio. In verità, però, anima di tutti i rionali abitanti dalla nostra generosissima gente di mare. Ma non solo da certe “soddisfazioni”, non solo da tanti ripetuti successi, poté nascere questa leggenda di Borgo; essa derivò, più che da quelli, da un indimenticabile trio Borgo – Capitan Launaro – Agide; trio che merita qualche cenno, anche se Agide, terzo di trinità, sembrò giustamente incarnarli tutti e tre. Il Capitan Launaro era un livornese di Borgo cui la sorte aveva negato di scomparire nelle acque guerreggiate della prima guerra mondiale, per sprofondarlo in pace nel buio di una notte, per inopinato speronamento, in fondo al Tirreno coi marinai del sommergibile “Veniero”. Tutta Borgo ne aveva pianto la fine, però, sulla tomba di questo capitano di macchina, non furono sfrondati gli allori, ma le quercie dei ligi al dovere, dei fedeli fino all'ultimo alle consegne onorate. Così, invece di legare il suo nome alla solida lapide e al solito monumentino, si trovò più degno affidarne il ricordo a un gozzo a dieci, agile e saettante strumento di vittoria. Il suo nome-dissero- verrà gridato tutti gli anni; e metteremo noi tutta l'anima perché sia gridato più forte di tutti. La madre, rimasta a piangerlo in Borgo, non cessava di ringraziare tutti, fiera e lacrimosa, tutti gli anni, correndosi il Palio, in Borgo la vedevano accendere il lumino alla Madonna, e mettercisi davanti in ginocchio, a pregare perché la “barca del figliolo” vincesse. “Capitan Launaro” in lettere nere spiccava sul bordo di quel magnifico gozzo tinto in color grigio cinerino, quando, ogni anno ripigliando gli allenamenti, le voghe lo toglievano dallo speco degli scali per vararlo a ridosso del”Rotondino” di Cantiere. A costruirlo, s'era dato particolarmente da fare “Eugenio di Borgo”, che non solo era maestro d'ascia di fama, ma s'era avvalso pure dei consigli e della supervisione del terzo di triade: Agide Carnevali. Noi, sui giornali, gli avevamo creato una specie di... “ cliché”, presentandolo sempre come “il vecchio Agide”, ma, ad onta dei capelli grigi, vecchio non era, o almeno non appariva dal modo con cui scattava o “faceva scattare”. “Capitan Drea” di Gente di Mare per troppi segni gli somiglia al punto che, a volte, c'è da sbagliarli. Se proprio non si può dire che vivesse per il Palio, è certo che lui non lo considerava come tanti altri, a cominciare da noi, una competizione qualsiasi a sedile fisso. Lo pigliava maledettamente sul serio e guai a chi ci scherzava su. Non ci si meravigli se oggi, rievocando quei giorni a distanza di anni, la manifestazione ha quasi preso, per chi scrive, “la sua faccia”, perennemente ombreggiata dalla tesa del cappello; tenuta bassa, dicevamo, per paura che gli leggessero le malizie di gara e la furbizia nel chiaro degli occhi. Sentiva la regata e si intendeva diabolicamente di timone, di mare e di gozzi. Gli altri potevano prepararsi alla buona; a lui proprio non riusciva. Studiava i suoi “remi” uno per uno e le cento volte, in corso d'allenamento, arrestava per cambiare le voghe; faceva riprendere, richiamava e rivoluzionava ancora. Gli altri erano sempre in barca “sugli uomini”, lui era grazia se ce lo vedevano al momento di correre. Preferiva farsi sostituire al timone per sorvegliare la palata da terra, pronto al richiamo a riva per fior di rimbrotti o di appunti se qualcosa non gli quadrava. Con lui bisognava “filare” perché non gli mancava l'autorità né il mezzo di imporla... Basti dire che, nel Palio del '33, ai remi del “Capitan Launaro” ben quattro figlioli suoi: Oscar, Luigi, Fiore e Marino Carnevali; Un quinto giovanottone, suo, Alpino, faceva da riserva. Altro punto cui non transigeva, la puntualità per gli allenamenti. Qui però c'erano delle eccezioni e doveva inghiottirle. C'era ad esempio un tale che, per tardi che arrivasse, trovava condiscendenza e perdono. Ma non era favoritismo, e Agide stesso s'apprestava a spiegarcelo: Capirai, diceva, Icilio è palamitore e prima ancora di allenarsi bisogna che peschi il pesce e lo venda. Come può campare, se no? I resoconti dei Palii sono a disposizione di tutti per dimostrare quante volte la classica, inimitabile presa di boa di Agìde e l'anima che lui, proteso dalla barra, infondeva nei suoi ragazzi decisero della contesa. Anche al primo Palio di ripresa, c'era un Carnevali al timone di Borgo, ma che laggiù non c'era Agìde l'abbiamo capito tutti alla virata, mai come nel '51 decisiva. E' doveroso ammettere che anche nella prima gara del dopoguerra il portentoso Venezia andava forte e, probabilmente avrebbe vinto lo stesso. Ma Agìde era l'anima di Borgo, e nessuno pitturava una boa come lui”.


Il Capitan Launaro


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