Il quartiere di "Borgo Cappuccini" (III° parte)

COSTUMANZE E LOTTE SOCIALI NEGLI ULTIMI DECENNI DELL'800

Converrà ora notare che la struttura urbanistica del nostro quartiere non corrisponde a prestabiliti piani di comune utilità; il quartiere, tolta la Piazza Mazzini era privo, e lo è tuttora, di passeggio pubblico, di verde; sguarnito di monumenti, di teatri e luoghi di riunione; gran parte degli edifici, come si è già accennato, modesti e scabri. Tutto questo perchè il crescere della borgata dipese sempre dal gretto calcolo degli speculatori edili, che ha negato il discorso estetico, a queste strade e piazze, che fa parte dei bisogni psicologici degli abitanti.   Così anche il potere pubblico non considerò mai l'opportunità di migliorare l'assetto di queste zone, non rientrando in tale scopo, la costruzione degli Scali Manzoni, usciti dalla rettifica del Fosso Reale, ne l'erezione del muro daziario, che nulla avevano a che fare con gli interessi urbanistici del quartiere. Pure estraneo ai bisogni del quartiere fu .l'abbattimento della Porta a Mare, nel 1876, che tuttavia aprì il respiro sul mare. Bisognò attendere il 1879 per inaugurare un edificio di pubblica utilità, e fu il palazzo della scuola elementare «Carlo Bini» tuttora funzionante. Dobbiamo aggiungere che era la prima volta che il Comune costruiva una scuola; fino allora si adibivano e si adattavano, per l'insegnamento, comuni locali preesistenti. Giova pur dire che le scuole private, favorite da Leopoldo II, prevalevano ancora per numero su quelle pubbliche, e tutte insieme non supplivano al bisogno della città. Ciò spiega la percentuale del 54% di analfabeti, quando a Milano si riducevano al 22,92% . Su circa 8000 ragazzi dell' età scolastica soltanto la metà entravano nelle aule; gli altri, i più poveri, si avviavano al lavoro di garzone nelle botteghe; i più grandicelli si sottoponevano allo sfruttamento inumano delle officine e delle fabbriche, per 50 centesimi la settimana. Di questi giovanissimi, detti apprendisti, se ne contavano molti nel Cantiere Navale. Negli anni ottanta la popolazione di Borgo, pur conservando usi .e tradizioni comuni a tutti i livornesi, presenta tuttavia proprie caratteristiche culturali, per l'influsso degli operai del cantiere, la cui evoluzione mentale si forgiava nelle prime sedi associative politiche e sindacali.  La coscienza di essere ora i protagonisti di una nuova storia derivata come si è già visto dagli anni roventi del Risorgimento porta gli operai di Borgo ad assumere comportamenti critici su tutti i valori delle cose; per tali ragioni anche nel linguaggio usano nuove terminologie, appropriate alle nascenti concezioni d'un ordine sociale più umano e più giusto. Il loro vernacolo ha quindi perduto ogni effetto dell'antica trivialità e si avvicina alla lingua nazionale, arricchito di efficacissime espressioni, quali. i motti e i modi proverbiali, caratteristici della parte popolare più colta. Impegnati al riscatto d'una vita senza stenti e umiliazioni, sanno reagire, tuttavia, alla propria tensione per cogliere i momenti di gioia collettiva con le usanze livornesì per le festività religiose di S. Niccolò, S. Caterina e S. Giuseppe, intere famiglie trascorrono lietamente quelle serate intorno ai tavoli imbanditi di modesti bocconi: i castagnacci e le frittelle. Una variante al consueto trattenimento col gioco della tombola era costituita dalla «ballottata», la consumazione delle castagne lessate intorno al braciere o al caminetto, durante le serate invernali, per ascoltare racconti o letture che facevano gli anziani o preparati culturalmente. Nelle scarse festività della stagione estiva, le famiglie si davano a trascorrere le giornate sul Molo Novo, dove le massaie allestivano fornelli e padelle, in attesa della pesca fatta dagli uomini e dai ragazzi. Le grida felici dei bimbi si confondevano con gli scintillii infuocati del mare. La sera tutto un popolo tornava a casa su stracarichi barconi, mossi da pigri remi. Allora si elevavano al cielo i canti giulivi dei giovani e gli stornelli degli immancabili estemporanei. Erano i riti di speranza e di fede di quel popolo martire e innocente.  Tanti miseri capi-famiglia sfamavano spesso i propri congiunti con la pesca. Si avventuravano lungo costa, dal Marzocco ad Antignano con fragili chiattini, piccole imbarcazioni senza chiglia, che gli operai del cantiere costruivano abilmente con legni di cassette e scarti di falegnameria. E i borghigiani, da buongustai livornesi, sapevano ammannire il loro pescato in mille maniere per conservare più a lungo, anche nei tempi di magra, il frutto delle fatiche. Forse entrò allora in uso il pane abbrustolito nel cacciucco, perchè facesse più comparita.   Come previde il Guerrazzi, Livorno tutta divenne orgogliosa del suo cantiere, e lo difese più volte dall'incuria del governo italiano che proseguiva gli ordinativi di mezzi navali ai cantieri di Malta e di Trieste. Ovviamente Borgo e i suoi operai furono i più sensibili alle questioni di quella grande industria. Le maestranze addirittura, oltre a prodigarvi le loro virtù tecniche e produttive come lo riconobbe lo stesso Luigi Orlando in un suo messaggio nei momenti di particolari necessità si sottoposero a  vari ordini di sacrifici. Era giusto quindi, che non transigessero quando si trattatva di riconoscere anche i loro elementari bisogni per sopravvivere. Nel 1881 entrarono in sciopero i ribattitori, eppoi gli ebanisti, per ottenere miglioramenti salariali.  Anche quando si trattava di difendere il diritto di professare ed esprimere le idee, Borgo intera si allineava sulle posizioni dei movimenti più avanzati, come avvenne nel luglio del successivo anno, in seguito ai disordini provocati dalla polizia durante le celebrazioni funebri di Garibaldi. Le cose, come si rileva dai fogli democratici del tempo, andarono così: nel trigesimo della morte tutta l'Italia commemorava l'Eroe con solenni manifestazioni. A Livorno il deputato garibaldino Carlo Meyer teneva un comizio in Piazza Grande mentre la coda del corteo affollava ancora le strade di Borgo Cappuccini e della passeggiata a mare fino all' Ardenza.  A   S.Jacopo un commissario di polizia strappa inopportunamente un nastro rosso dalla ghirlanda dei socialisti. Ne scaturisce subito uno scompiglio fra il pubblico presente e quelli che dovevano essere  ì tutori dell'ordine.  La zuffa si allargò nelle adiacenze col sopraggiungere d'un rinforzo di guardie, e il corteo si disfece tramutandosi in una. enorme massa di protestatari. Si processarono, pertanto, una trentina di persone innocenti, poi assolte con giubilo di tutta la città.  Disponibili sempre alla gioia, che raramente si presentava loro, i borghigiani rivelarono più che mai la propria indole cordiale e generosa, esultando per tre giorni consecutivi, nel marzo 1883, in occasione del varo della «Lepanto», una corazzata che costituiva l'orgoglio dei costruttori e delle maestranze. Furono illuminate le strade di tutto il quartiere, e la popolazione contribuì coi propri drappi alle finestre e il suo brillante umore a rendere più belle e piacevoli le manifestazioni programmate. La nostra gente non si distoglieva, tuttavia, dalle sue aspirazioni sociali e dalla vigilanza politica; due anni dopo, infatti, nel 1885, sarà nuovamente allineata coi movimenti popolari e le associazioni combattentistiche, in difesa delle benemerenze patriottiche e politiche del Guerrazzi che non si volevano evidenziare da parte delle autorità, inaugurandosi il suo monumento.  Già ridotta di significati la statua, che raffigura il tribuno seduto con la penna m mano, fu inaugurata dalla giunta monarchica del Comune dopo l' 11 maggio, contro la volontà della cittadinanza, che disertò lo scoprimento rinviando ad altra data la sua partecipazione. La difesa del 10-11 maggio 1849 fu in realtà una lotta di classe, ispirata dalla politica del letterato livornese che venne arrestato un mese avanti. Questo è il significato che non si voleva riaccendere nel 1885, non essendosi verificati i postulati risorgimentali in favore delle classi povere.   Pertanto la popolazione livornese fece propria la celebrazione 13 giorni dopo, cioè il 30 giugno, ricorrendo in tale data il tentativo insurrezionale del  1857. Le maestranze del Cantiere e tutta la gente avanzata di Borgo si trovarono in mezzo a centinaia di associazioni operaie e di reduci delle patrie battaglie, discese da ogni parte della Toscana con le proprie fanfare e stendardi, per rendere il più solenne omaggio alla memoria del grande lottatore e per ammonire gli iniqui al potere, quanto sia vano celare le loro scelleratezze passate e presenti.  Le difficoltà  economiche proseguirono a Livorno nei decenni successivi; dipesero in gran parte dalla stazionaria crisi nazionale, appesantita poi dalla inettitudine della borghesia locale che deteneva ogni leva di comando. Il risultato più significativo, di tale andazzo di cose, è dato dalla situazione demografica che dal 1860 alla fine del secolo non registra alcun incremento. Si è già visto nell'alto indice di mortalità, una delle maggiori cause della stasi demografica; ma verso la fine del secolo si verifica anche un deflusso di intere famiglie, costrette all'emigrazione. Avviene così che alla carenza degli alloggi, secolare piaga dei livornesi, si contrappone ora quella delle case,vuote.  Si trattava ovviamente di case operaie, non escluse quelle di Borgo. La insalubrità dei vecchì abìtatì fece nuovamente sorprendere Lìvorno, nel 1893 dal colera, che sì sviluppò prima neì quartìerì dì Venezìa e dì Borgo Cappuccini, esteridendosì poì nel resto della cìttà. Il male fu vinto in pochi mesi. Merita ora rìcordare che nel 1895 alcunì gìovani "arrisiatori" volendo rievocare le  antìche gare remìere che sì facevano a Livorno, organìzzarono fra loro competìzìonì su gozzì a 10 remi. Su uno dì questì, che rappresentava il  rione di Borgo Cappuccìni, fu ìssato il guìdone dì poppa dai colori rosso-nero del movimento anarchìco, colorì che furono adottatì anche in altre manifestazioni sportìve.  Borgo sì abbrunò l'anno dopo per la morte di Luigi Orlando, il padrone e paternalista, che malgrado i contrasti di classe, disertò il senato preferendo trascorrere ìl suo tempo nelle officìne, a dìscutere con glì operaì. Per il suo glorioso passato e per i suoi rapporti leali, fu amato e pianto dalle maestranze. A dìstanza dì due annì glì eressero il monumento all'ìngresso del Cantiere, l'unìco esìstente ìn Borgo Cappuccini. Da molte altre testimonianze verbali, tramandate nelle viventi famiglie, si conferma l'affaccendato comportamento dei borghigiani nel quotidiano alternarsi dei protestatari scioperi con le riunioni più confortevoli,al lume dei lampioni a gas, presso le abitazioni, per ritemprare lo spirito. I capannelli, gremiti di uomini, donne e ragazzi d'ogni età, facevan cerchio sui panchetti e seggiolini portati da casa, per darsi ad estrosi repertori di canti e stornelli.  C'era sempre qualcuno con chitarra e mandolino che accompagnava le più capaci ugole del quartiere. Nel luglio del 1911 la epidemia colerica tornò per l'ennesima volta a mietere vittime. Borgo fu tra i rioni più colpiti dove fu aperto anche un dispensario pubblico di disinfettanti. La mobilitazione della città intera limitò i casi letali e fugò il male dopo due mesi dalla sua comparsa. Dopo qualche anno, prese ad agire, in Via S. Carlo, un teatrino di marionette, dove i ragazzi del quartiere potevano assistere, per un soldo, alle avventure dei Paladini di Francia e alle spiritose sortite di Pulcinella. Il gestore era noto sotto il nome di Barudda, una buona pasta d'uomo votato alla felicità dei ragazzi.  In un giardino, di fronte al teatrino di Barudda, si faceva il teatro serale per gli adulti. Vi recitava la compagnia di dilettanti del Cappellini, un fiorentino stabilitosi a Livorno, impiegato all' Azienda del Gas. Venne il 1915 a coinvolgere tutta l'ltalia nel primo conflitto mondiale, e di conseguenza a spazzar via ogni consuetudine del nostro quartiere. Le donne preseroil posto degli uomini spediti al fronte. Nelle fabbriche, negli uffici pubblici e perfino nei servizi tranviari e della nettezza urbana, le donne disbrigavano tutto, e fra queste ve ne erano moltissime di Borgo Cappuccini.  Anche in quelle penosissime contingenze sopraggiunsero nuove calamità. Comparve prima la carestia; furono razionati i pochi generi alimentari che si poteva reperire: patate e fagioli col tonchio. La generale denutrizione aprì le porte, nel 1918, ad una nuova epidemia, la "spagnola", (grave febbre influenzale oggi chiamata «asiatica» e meglio combattuta). Con la sua inestinguibile generosità il popolo concorse a rendere efficaci i servizi igienici di assistenza, e a vincere prontamente il male anche questa volta.  Nell'immediato dopoguerra, nel 1919, dilaga la disoccupazione e cresce vertiginosamente il carovita. La borghesia affarista e imprenditoriale che amministra la città, attende al riordinamento economico basato, fra l'altro, sull'ampliamento del porto e sulla restituzione a Livorno del suo antico territorio provinciale. Propositi, questi, senza prospettive di prontezza e prive di radicali soluzioni per i bisogni dei ceti popolari. Intanto le agitazioni continuano; coi miglioramenti salariali si rivendica la giornata lavorativa di 8 ore e il controllo sul calmiere. Il padronato perde tempo, e coglie l'occasione dalla marcia dannunziana su Fiume per creare lei diversivi, coprendo la città di manifesti inneggianti alla italianità di Fiume, ed assordando le strade coi comizi patriottardi. Ma il popolo è preso da altri problemi: le derrate mancano e i prezzi sono ora impqssibili per le strenue disponibilità dei lavoratori. I sindacati ottengono la istituzione del "calmiere del popolo". I negozianti, allora, sottraggono i prodotti alla vendita, aprendo la via alle proteste e ai tumulti, e infine alle irruzioni nei negozi. I primi ad essere assaliti dalle folle affamate e disperate furono quelli :di Via Grande e di Borgo Cappuccini. Costrette dal giustificato furore :delle masse, le autorità si muovono: il sindaco, Rosolino Orlando ordina la riduzione del 50% sul prezzo dei generi compresi nel calmiere, e del 70 % sugli altri generi; il prefetto e il questore intervengono pure, l'uno ordinando la requisizione dei generi alimentari; l'altro disponendo l'arresto dei resistenti alle requisizioni. La merce allora venne fuori, e parecchia! La Camera del Lavoro organizzò la distribuzione agli spacci e il controllo delle vendite. L'anno si conclude con la sconfitta della borghesia locale nelle elezioni politiche; i lavoratori del Cantiere e gli uomini più avanzati di Borgo avevano contribuito alla vittoria dei rappresentanti dei partiti popolari. Nel '20 s'intensificano i tentativi padronali di fiaccare, con le serrate, le rivendicazioni operaie; il proletariato risponde con l'occupazione delle fabbriche. Nonostante questo trascorrere di vita difficile e tormentata, in Borgo continuano a sbocciare iniziative estrose per il suo intimo conforto; i protagonisti delle gare remiere di 25 anni prima, ne patrocinano delle nuove, e per la prima volta improntate all'agonismo rionale, pur nei limiti cognitivi che si aveva allora del quartiere.


Borgo Cappuccini e Piazza Gavi

Con le elezioni amministrative del'21 i socialisti conquistano il Comune e si hanno, fra i primi importanti provvedimenti, gli sgravi sui fitti. Queste  prime facoltà dei rappresentanti di parte popolare, legalmente conquistate  bastano alla borghesia locale, e specialmente ai proprietari di case, per aprire la via al terrore fascista. Squadracce di assassini irrompono in città  bruciare le sedi sindacali e dei partiti democratici; aggrediscono in strada pacifici cittadini; uccidono nottetempo socialisti e comunisti nelle loro case, sotto gli occhi dei famigliari, mentre i tutori dell'ordine, in disparte, attendono impassibili la fine d'ogni misfatto. Questi ultimi, anzi, daranno la caccia agli scampati e alle nuove vittime, perseguendoli brutalmente. Molti borghigiani, con altri gruppi di livornesi, subiscono torture e condanne; altri riparono all'estero. La stessa stirpe che salutò le crudeltà del Crenneville, applaudiva ora le mostruosità fasciste a danno delle classi popolari. Legalizzata dal re d'Italia ogni violenza ed ogni efferatezza delle squadre criminali, iniziò il regime assolutista e scherano di Mussolini.  Tranne la disciplina e l'accentuata sudditanza cui fu sottoposta la popolazione, il periodo fascista non si differenzia dai precedenti, a riguardo della situazione economica; la ripresa dei lavori pubblici e delle attività industriale e commerciale, non lenivano per niente le piaghe della disoccupazione, della miseria e dell'ignoranza. I borghigiani furono quotidiani testimoni dell'avvilente squallore di grandi masse di popolo che proprio nel loro quartiere convenivano in lunghe teorie, in Via Verdi, presso la sede dell'Ufficio di Collocamento, per aspettare senza speranza la chiamata ad un lavoro qualsiasi, ;magari pericoloso o nocivo alla salute; e in Via degli Asili, all'E.C.A., tutte munite di pentole e pentolini, in attesa di due ramaiolate di «bombolotto». Era uno spettacolo che affliggeva la sensibile gente di Borgo, ridotta a contenere ogni suo giusto risentimento. L'attitudine e la cultura sportiva rimaneva come unico diversivo e rifugio dal clima oppressivo del regime fascista e, pertanto, tutto il quartiere andava evidenziando sempre più il suo interesse per  il mondo agonistico, generando dal suo seno atleti e campioni. Proseguirono, quindi, le corse dei gozzi, che portarono alla partecipazione e altre società, appositamente costituitesi in Venezia, in S. Giovanni, al Mercato, all'Avvalorati , e nel Pontino. Il popolo livornese accorreva numeroso e festante a quelle gare, dove i gozzi di Borgo iniziarono a fare incetta di vittorie. Nel 1927 si sciolse la società autonoma di Borgo, unitamente alle altre, per non sottoporsi all'O.N.D.che volle da quel momento esercitare la sua autorità e il suo paternalismo sulle tradizionali  regate che andarono  sotto il nome di  Palio Marinaro. L'O.N.D., istituito dal regime fascista per controllare e aggraziarsi le masse, aprì lo «sferisterio» dove ora trovasi il circolo «Astra» degli operai del cantiere. Opera inopportuna perchè riesumava l'antico gioco del pallone, simile alla «pelota» spagnola, caduta in disuso a Livorno alla seconda metà dell'800: epoca in cui il predetto gioco si faceva ancora, in Piazza Mazzini, sotto le mura leopoldine .   L'O.N.D. partecipò, negli anni 1936-37 e 38, all'organizzazione della «Cacciuccata» che si faceva nelle strade di Borgo Cappuccini nei primi giorni di agosto. Si trattava di una vera sagra, con tavole imbandite e con- tornate da festoni e luci, dove fra i commensali si confondevano musicanti, artisti e letterati per intervenire, fra un boccone e l'altro, nelle gare artistiche e letterarie, magnificanti la succulenta pietanza livomese. L'appoggio e la partecipazione degli esponenti del regime non servì allo scopo che si proponeva l'ente organizzatore, il Comitato Estate Livomese, quello di convenzionare l'esclusiva appartenenza a Livorno del «cacciucco» .          La seconda guerra mondiale, scatenata dalla follia nazi-fascista, svuotò anche il nostro quartiere di tutti i giovani che furono distribuiti sui fronti più lontani dalla patria: in Africa Orientale, in Libia, in Grecia, in Albania e nelle fredde steppe dell'URSS. Ma i nuclei più numerosi dei nostri giovani, di leva e richiamati, furono imbarcati sulle navi da guerra e sui convogli alla mercè delle formazioni aeree e navali  inglesi.    Ben presto anche le case di Livorno divennero facile bersaglio dei bombardamenti aerei americani. Borgo semidistrutta fu poi dichiarata «zona nera» dagli occupanti tedeschi, subentrati al transfuga governo regio. Sfrattati, così, gli ultimi borghigiani abbarbicati alle poche case indenni, la zona fu in balia di predatori diurni e notturni. La gente, sparsa in uno sfollamento coatto, senza protezione e assistenza, subì il culmine delle tribolazioni.   Intanto i tedeschi minavàno e facevano saltare il fanale, la mirabile opera del genio pisano, destando esacrante orrore agli sfollati che assistevano a quello scempio dall'alto delle vicine colline. Tanti borghigiani, uomini e donne, si ritrovano nelle fila della Resistenza, con gli ex confinati politici e gli sbandati delle forze armate italiane; e con essi partecipano alle azioni di guerra contro le guarnigioni hitleriane. Entrano prima delle truppe alleate in Livorno, a riaccendere la vita nelle strade e nelle piazze straziate.  Le difficoltà di questo secondo dopoguerra, nonostante il completo sfacelo, si affrontavano con immani energie e con grande entusiasmo, alimentate da quel potente viatico costituito dalle raggiunte libertà democratiche.    In Borgo si insedia subito la maggior parte delle federazioni politiche e sindacali, mentre i sonori impulsi del Cantiere tornavano a rallegrare la vita quartiere.  Per la segnalazione capillare agli organi di potere delle necessità cittadine, sorsero anche a Livorno le Consulte Popolari. Quella di Borgo fu una delle prime e fra le più attive. Da questa partirono i suggerimenti di riesumare il Palio Marinaro, disponendo di molti esperti ed organizzatori, e nel 1951  le Consulte ne favorirono la realizzazione, ottenendo dagli Enti Locali le occorrenti sovvenzioni e il patrocinio, anche per gli anni successivi.  Le Consulte, nel 1956, a rendere più imponente e festosa l'inaugurazione del ricostruito fanale, organizzarono apposite gare remiere nel porto impavesato. Il Capo dello Stato e centinaia di autorità presenti, furono entusiasmati con tutta una marea di popolo, dalle spettacolarità delle regate.     A vent'anni di distanza dalla Liberazione di Livorno, una decisione governativa  minacciava la chiusura del Cantiere; gli Enti Locali e le istituzioni democratiche istituirono allora un Comitato di difesa; si fermarono le fabbriche e le scuole, si chiusero i negozi. La Città s'irrigidì tutta in segno di dolore e di protesta, unendosi compatta, per la prima volta nella sua storia, intorno ai suoi rappresentanti, i quali, sostenuti dal contegno altamente civile dei livornesi, poterono dissuadere il ministero dal deliberato proposito. La totale solidarietà cittadina salvò il Cantiere e il pane a quei lavoratori. I borghigiani furono più che mai fieri della loro amatissima città, per amore della quale hanno sempre lottato senza contropartite.   Borgo Cappuccini è ancora senza verde pubblico; la sua circolazione stradale scorre in strette arterie di cemento con limitati e insufficienti svincoli; le facciate delle case sono di poco migliorate dai tempi passati, grazie anche  ad  alcune  moderne  costruzioni; ma resta il  meno favorito di  spazio pubblico e luoghi d'incontro e di svago; per tal ragione la popolazione ivi residente è più soggetta d'ogni altra ai fenomeni negativi del consumismo, poichè costretta ad uscure dal quartiere in cerca di evasioni e di scopi culturali.  Fu opportuna, quindi, la istituzione in Livorno, fin dal 1971, dei consigli di Quartiere coi rispettivi Centri Civici, quali articolazioni della nascente società dei servizi, che vanno diffondendosi in tutti i paesi tecnicamente avanzati. Il Consiglio di Quartiere di Borgo iniziò ad operare in un locale della vecchia sede dell'E.C.A. e il 25 luglio 1975 si trasferì nei più ampi locali d' una villa vicina, ceduta all'uopo dall' Amministrazione Provinciale. Dal 1976 il Consiglio di quartiere di Borgo Cappuccini è stato sostituito, dalla relativa legge, con la Circoscrizione 3, ottimamente operante, intesa a realizzare i nuovi postulati della moderna democrazia, che vogliono una autentica miglior qualità della vita.     La Circoscrizione oggi è la numero 3 e ha sede in Via Corsica n.27.
Questa storia del quartiere di Borgo Cappuccini è stata scritta dal Sig. Piero Brizzi noto ed esperto scrittore di Livorno e della sua storia.