Il quartiere di "Borgo Cappuccini" II° parte
La costruzione delle mura faceva parte d'un vasto programma governativo di ripresa economica, del tutto lontano dal considerare qualche assetto delle classi popolari. I miseri disoccupati, accorsi a migliaia per essere assunti, poterono alternarsi nei lavori di manovalanza in turni quindicinali. Il piano governativo, che prevedeva, come vedremo, importanti rettifiche urbanistiche, era ancora lontano dalla sua piena attuazione e i bassi ceti frattanto, continuavano a languire nella ririseria e nello squallore. Gli speculatori economici, i soli favorìti dalla politica granducale, proseguirono l'attività edilizia nelle nuove aree urbane. Così nel nostro quartiere si edificarono palazzi e palazzine sulle strade già cominciate e ne nacquero altre: Borgo S. Jacopo (dove già vi esisteva la villa Michon) la Via degli Archi, il Vicolo dei Vetrai e Via Carlo Bini, formate per lo più di case: operaie, destinate alle maestranze del confinante cantiere mercantile del Mancini, e delle piccole industrie sorte nel quartiere . Cominciò a delinearsi anche la Via del Bosco con alcune villette. Fu la prima che portò questo nome, poichè oggi si identifica con la Via Cecconi. Nel 1839 presero inizio anche i lavori intorno alla chiesa anglicana di S. Giorgio, attiguamente all'antico cimitero inglese, e che sarà inaugurata sei anni dopo. Nel 1840 l'entità demografica di Borgo si approssimava alle 4000 unità; una consistenza meritevole ormai per essere considerata nei suoi valori etnologici e meriti sociali. Il quadro che se ne ricava appare assai interessante. Circa le usanze, per il momento, non si rilevano differenze da quelle degli altri livornesi, essendo ancora in corso il popolamento del quartiere con gli abitanti dei vicini luoghi. E vennero qui a dimorare anche i risicatori, figure leggendarie di marinai generosi e audaci, che alternavano le dure fatiche di zavorrante e di scaricatore per avventurarsi nel mare in tempesta a salvare navi in pericolo, o recuperare relitti alla deriva. La conformazione sociale, per quanto eterogenea, data la presenza qualche possidente nelle preesistenti villette, e del medio ceto nelle strade prossimità della piazza Cavour, presentava caratteristiche, che tuttora conserva, di quartiere popolare per la forte prevalenza dei ceti a modesto reddito, quali i piccoli bottegai, gli ortolani, marinai, barcaioli, acquaioli, lavoratori del porto, maestranze dei cantieri navali e artigiani. Questi ultimi, sebbene lavorassero in proprio nelle botteghe di barbiere, calzolaio, sarto,sellaio, meccanico ecc., costituivano la categoria di gran lunga più numerosa in tutta la città e si consideravano operai. Nel 1836 su 9269 lavoratori a basso reddito, ben 6142 erano artigiani. I borghigiani conservando le ataviche abitudini marinaresche, sia per vivere che per ragioni di diporto, mantenevano I contatti coi naviganti e la gente di altri paesi, dai quali ottenevano quelle informazioni e aggiornamenti che il regime granducale negava, poichè era proibita la stampa dei giornali. Abbiamo già notato come sin dagli anni venti i borghigiani fossero sensibili alla passione risorgimentale, che più qua o là, in Italia, esplodeva per l' ardire di pochi eroi. Nel corso degli anni tale passione sarà sempre più giustificata da nuove e forti ragioni portate dai cospiratori italiani, che di Livorno fecero il centro delle sette rivoluzionarie. Ma i significati sociali dell' unità d'Italia furono meglio chiariti ai livornesi dagli intellettuali nati dal seno del popolo, quali il Bini e il' Guerrazzi; e a questi si legarono gli operai e gli artigiani che vennero a costituire l'asse progressista livornese. Il graduale peggioramento delle condizioni economiche indusse i livornesi a scendere in piazza, con le prime manifestazioni di protesta. Per avere un'idea delle pesanti condizioni di vita dei ceti popolari, fino a tutto il 1847 , basterà ricordare che per una misera paga l' operaio lavorava 16 ore al giorno; le pigioni si dovevano saldare semestralmente con otto mesi di anticipo; transitando attraverso le porte doganali si doveva pagare il pedaggio; il prezzo del sale da cucina era arrivato alle stelle. E' il momento, questo, in cui la storia del popolo di Borgo Cappuccini non solo si identifica con quella di tutta la città, ma anche con quella di tutta l'Italia e dell'Europa intera.La miseria che affliggeva il proletariato europeo era dovuta ai millenari sistemi sociali, incapaci di risolvere i nuovi bisogni dell'uomo, per cui necessitava sostituirli con altri scientificamente più idonei al soddisfacimento biologico e intellettivo di tutte le creature umane. Il sommovimento dei popoli indusse gli spaventati regnanti a patteggiare qualche concessione. A Livorno, la più ribelle della Toscana, gli operai e gli artigiani infittiscono le schiere dei manifestanti, che strappano al governo alcuni miglioramenti. E per lo più sono questi lavoratori che formeranno i battaglioni livornesi di volontari, a man forte dei regolari di Carlo Alberto, nella prima guerra d'Indipendenza. Gli stessi, infine, saranno i protagonisti della eroica difesa di Livorno, del 10-11 maggio 1849, contro la potente armata austriaca, chiamata dal granduca Leopoldo II, per riprendere il suo dispotico potere su tutta la Toscana. Dalla cronaca di quei giorni, narrata dal Martini si rileva la partecipazione dei borghigiani alla fiera resistenza; i quali pur non impegnati al combattimento come avveniva altrove, mostrarono la stessa risolutezza e coraggio degli altri difensori. A guardia delle fragili mura, da Barriera Roma fino al Lazzeretto di S. Rocco, si attese impavidamente il nemico, e non appena questi tentò l'occupazione del Forte dei Cavalleggeri fu messo in fuga dai precisi colpi di due vecchi cannoni,unica batteria di questo schieramento. L'armata austriaca, notoriamente, sfondò a Barriera S. Marco irrompendo subito in città. Resa così inutile ogni resistenza anche nel nostro quartiere si abbandonò la impari lotta per cercar riparo dalle spietate ritorsioni degli invasori. Ai sopraffatti, ma indomi combattenti, non rimase che prendere la via del mare per raggiungere paesi estranei al conflitto. Era la volta dei livornesi, dunque, di pellegrinare nel più duro esilio; lasciavano l'amata città sparsa di morti e di feriti, e le famiglie in miseria e nel terrore. Fra questi esuli non mancarono gli operai e gli artigiani di Borgo. Si sparsero in Francia, in America, in Egitto e in Turchia, da dove spedivano i loro guadagni ai famigliari. Non tutti poterono vedere l'alba dei tempi migliori e rimpatriare. Livorno fu sottoposta per tutta la durata dei successivi cinque anni al brutale arbitrio del governatore croato Crenneville. Impose il coprifuoco, e non vi fu giorno che non disponesse perquisizioni, arresti, bastonature e detenzioni lunghissime di patrioti e semplici cittadini. Altri li faceva finire dal plotone di esecuzione. Il granduca, frattanto, volendo mostrare la sua magnanimità a questo caparbio popolo, dispose la ripresa urbanistica del piano Bettarini, che prevedeva l'abbattimento dei baluardi medicei di S. Bernardo, del Casone e di S. Cosimo, e la rettifica dei fossi che allora erano zigzagati per seguire l'andamento dei bastioni e le lunette sporgentisi dalle cortine. Ovviamente lo scopo di assorbire i disoccupati in questi lavori non era quello che stava troppo a cuore al principe lorenese; i lavori tuttavia iniziarono e si ebbero così gli scali che vanno dal Ponte Nuovo fino al Voltone; e sul lato di Borgo, quindi, quelli che saranno detti più tardi Scali Manzoni. Nello stesso tempo, siamo ancora nel 1849, i presbiteriani scozzesi inauguravano, in Via Verdi, la loro chiesa cominciata quattro anni prima. Nei quartieri popolari di Livorno la vita proseguì nella angustia e nel dolore; ma qualcuno continuava a proprio modo la lotta, rispondendo agli orrori del Crenneville con notturne operazioni che portavano alla eliminazione delle sentinelle e delle ronde austriache. Giunti nel '52, Leopoldo II dà il via al suo ambizioso piano di ampliare le strutture portuali con una stazione marittima e una grande linea curvilinea di protezione. Il Lazzeretto di S. Rocco fu trasformato in cantiere edile, presso il quale si preparavano gli enormi blocchi per la base subacquea della diga. Il pietrame che veniva all'uopo impastato in appositi cassoni fu ricavato da una collina rocciosa di Ardenza, il Monte Tignoso che spari' del tutto. I blocchi, trasportati su rotaie dal Lazzeretto fino alla Spianata dei Cavalleggeri, venivano caricati su pesanti barconi e avviati al getto. Nell'agosto dell'anno successivo Leopoldo d' Austria intervenne alla fastosa cerimonia dei primi getti in mare; per la cui occasione furono illuminati a festa, fra l' altro, gli edifici del Lazzeretto e della prospiciente piazza, e quelli degli Scali Novi Lena; ma il principe lorenese si guardò bene dal transitare lungo questo percorso, ad evitare sicure dimostrazioni ostili da parte del popolo ancora martirizzato dagli scherani austriaci. Quindici giorni prima lo stesso granduca aveva decretato l'esilio del Guerrazzi e di altri patrioti livornesi, già detenuti da oltre quattro anni, cosa che accrebbe il risentimento popolare contro il monarca e la sua consorteria, e che si acuirà ancor più l'anno successivo per la fucilazione del Chiusa, imputato dell'uccisione di un soldato austriaco e del ferimento del conte Fabbri, l'austriacante gonfaloniere di Livorno. All'oppressivo clima politico si unì, nel 1854, il terrore causato dal colera, tornato di nuovo a Livorno dopo la sua comparsa in ogni regione d'Italia. Di nuovo fuggono tutti dalla città, meno le classi povere, che sopravviveranno consomministrazioni di viveri e sussidi. A confortare gli animi, nel mese di novembre uscì «L'Euterpe», un settimanale letterario ad iniziativa di Antonio Mangini. Dal suo esilio di Corsica il Guerrazzi impartiva consigli e inviava scritti . L'attività cospirativa viene pertanto a consolidarsi nell' anno successivo, mentre si estingue il colera e termina l'occupazione austriaca.

La Piazza Mazzini
Nel giugno del '57 falliscono a Genova, Livorno e nel salernitano, i tentativi insurrezionali d'ispirazione mazziniana.. Si hanno anche a Livorno parecchi morti, feriti e arresti . Ma due anni dopo la diana del riscatto nazionale convoglia i patrioti italiani alla seconda guerra d'Indipendenza. Vi accorsero in gran numero i livornesi, e fra questi non mancarono gli operai e gli artigiani di Borgo Cappuccini, distribuitisi fra l'esercito regolare sardo e i Cacciatori delle Alpi comandati da Garibaldi. Si era quasi compiuto, nel frattempo, il Molo Novo, ovvero la diga curvilinea che Leopoldo Il non potrà mai più ammirare perchè costretto dai nuovi sviluppi storici ad abbandonare per sempre la Toscana, ma che sarà, in seguito, luogo di raduno festoso dei popolani di Borgo. In quello stesso anno (1859), un'altra religione acattolica s'insediava nel nostro quartiere: la chiesa valdese, che apriva al culto una sala dell'attuale Piazza Manin, ridotta a tempio con tribuna, banchi ed organo. Proseguiva in tal modo una tradizione di Borgo, quella della pacifica tolleranza dei piu svariati culti, essendosi inseriti in questo territorio, oltre ai già citati anglicani, presbiteriani e valdesi, la chiesa cristiana libera in Via degli Asili. Conclusa la seconda guerra d'indipendenza, centinaia di livornesi seguono Garibaldi in Sicilia, nel '60, e coi veterani sono i giovani ardenti di ogni quartiere. E mentre tutta la città trepidante attende i suoi prodi, Borgo continua la saturazione delle aree residenziali; si apre infatti la seconda Via del Bosco, per unire la Via Roma al Corso Umberto (oggi Corso Mazzini). Si inaugura nello stesso tempo un'arena in Via degli Asili, per gli spettacoli diurni, che i gloriosi tempi fanno dedicare a Garibaldi. Fu come l'auspicio di un'alba migliore per i borghigiani e la città, poichè l'alba spuntò tre anni dopo con l'arrivo di quattro garibaldini siciliani, i fratelli Orlando, giunti a Livorno per fondarvi una grande cantiere navale. Già stati alla direzione dello stabilimento Ansaldo di Genova, dove subivano difficoltà e persecuzioni da parte degli alti ceti piemontesi, gli Orlando decisero d'impiantare altrove proprie officine per liberare la loro vena creatrice di costruttori. La scelta del Lazzeretto di S. Rocco, quale sede della loro industria, fu suggerita dal Guerrazzii sin dal 1859, durante il suo esilio a Genova. Gli eroici fratelli, legati a lui da profonda e antica stima si persuasero e iniziarono le relative pratiche con le autorità livornesi, ma le lungaggini burocratiche fecero scorrere invano gli anni. Nel 1865 il maggiore dei fratelli, Luigi, si rivolse direttamente al ministro Sella, il quale nel dicembre dello stesso anno portava all'approvazione della Camera il contratto di affitto del Cantiere di S. Rocco in favore dell'ingegnere Luigi Orlando. L'anno dopo l'area dell'antico Lazzeretto si empì di impianti, fucine e macchinari, i cui potenti rumori si elevarono ben presto nel cielo a rallegrare le vicine strade del quartiere. Ma questa gioia iniziale fu turbata prima dai rovesci di Lissa, dove Alfredo Cappellini s'immolava con la sua nave; e dalla ricomparsa, poi, colera, nel 1867 più fulmineo e micidiale delle volte precedenti. Come al solito si svuotò la città causando grave stasi alle attività lavorative. Il flagello si estinse nel 1868, ma con questo ebbe termine anche il Porto Franco. Favoriva, questi, il deposito e il transito delle merci mediante agevolazioni e sgravi fiscali, a tutto vantaggio dei grossi negozianti, e costitui', nei secoli passati, la base del sistema economico livornese. Fu giusto abolirlo, dunque, ma si doveva prima sopperire a quelle attività lavorative: connesse al Porto Franco, quali il facchinaggio, l'imballaggio; le fabbriche di fusti ecc. che assorbivano migliaia di addetti. Di questi sfortunati ridotti alla fame molti erano di Borgo. Nell'estate del 1871 fu aperto il primo parco dei divertimenti in Piazza Mazzini. Aveva lo scopo di esporre merci e prodotti locali ed ebbe perciò la qualifica di «Fiera». Nel suo interno vi erano disposti anche banchi di vendita e di mescita; le attrazioni erano costituite da un teatrino all'aperto concerti musicali e lotterie. La fièra continuò nelle calde stagioni degli anni successivi, fin verso il 1880,epoca in cui si trasferì sulla Spianata dei Cavalleggeri, dove comparvero le Montagne Russe, il pattinaggio ed altri svaghi. Ma il '71 fu ricco di notevoli avvenimenti che riguardano indirettamente il nostro quartiere. Cominciamo dal censimento demografico, che fu portato a termine nell'anno stesso. Dai relativi rilievi si ha la conferma del miserissimo stato in cui vivevano i bassi ceti livornesi, costituenti i 2/3 della popolazione. Su 97.000 abitanti 52.000 erano analfabeti; la media della vita si limitava a 28 anni e 8 mesi.. Un così alto indice di mortalità era dovuto alla scarsa alimentazione, sia qualitativa che quantitativa degli strati popolari, e ciò spiega il protrarsi delle malattie endemiche come la tubercolosi e la congiuntivite, e spiega pure il frequente attecchimento delle epidemie. Per 80-90 centesimi un uomo doveva lavorare 16 ore al giorno . Questa generale situazione rispecchia anche quella di Borgo degli anni settanta. Per questi proletari si allontanava frattanto ogni speranza di riscatto sociale, il fallimento, nel sangue, della Comune di Parigi, e non poterono che restare indifferenti alle fanfare monarchiche che inneggiavano, qualche mese dopo alla presa di Roma. Risale ancora a quell'anno l'apertura di sedi canottieristiche in Livorno frequentate e sostenute dalla gente di Venezia e di Borgo. E i nostri giovani affiuivano in gran numero alla prova del remo, rispondendo ai propri stimoli di marinai che ne' la durezza dei tempi, ne il variare dei regimi potè mai sopprimere. Con l'espansione urbanistica al di là della citata daziaria e con le nuove dimensioni funzionali della città, Borgo aveva perso ormai la sua caratteristica di borgata periferica per assumere quella di centralissimo quartiere; per tali ragioni venne a completarsi la gamma delle sue varie attività con lo stabilimento tipografico di due quotidiani cittadini, la"Gazzetta Livornese" fondata nel 1872 e "ll Telegrafo" uscito cinque anni dopo. Entrambi ebbero la sede in Via Verdi per la durata di settanta anni, fino a che non si trasferirono in piazza del Voltone. I due fogli non poterono allora entusiasmare il popolo borghigiano, poichè ispirati dalla borghesia monarchica anticlericale; avversarono il movimento operaio e ignorarono la ragione delle sue lotte. Un anno dopo dalla nascita della Gazzetta, moriva F.D. Guerrazzi sua tenuta di Cecina. Il lutto fu gravemente sentito da tutto il proletariato livornese e toscano, nonchè dai democratici di tutta la Nazione. Più tardi vedremo come, anche a distanza di tempo dalla sua scomparsa, il popolo onorerà solennemente, difendendo la memoria dei suoi grandi meriti politici.

Il Cantiere Luigi Orlando